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Peritonite infettiva felina e Gattili
Peritonite infettiva felina:
novità nell’approccio diagnostico e nella prevenzione mediante monitoraggio sanitario del gattile
di Saverio Paltrinieri
Med Vet, PhD, Dipl ECVCP, Milano
APPROCCIO DIAGNOSTICO ALLA FIP
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, la diagnosi di peritonite infettiva felina (FIP) spesso rappresenta una sfida per il veterinario. La visualizzazione diretta delle lesioni in sede chirurgica o necroscopica seguita dall’esame istologico ed eventualmente da analisi immunoistochimiche rimane l’unico test diagnostico conclusivo. Nessuno degli altri test clinico patologici eseguibili in vivo, da solo, è in grado di portare alla diagnosi di FIP.
Quando non si può ricorrere alla biopsia è necessario quindi utilizzare un approccio laboratoristico ampio e completo: il pannello di test ideale comprende l’esame emocromocitometrico, l’elettroforesi delle sieroproteine ed il dosaggio della alfa-1- glicoproteina acida (AGP).
Utilizzando questo pannello possono essere infatti rilevate le alterazioni clinico-patologiche specifiche per FIP, rappresentate, in ordine di importanza, da aumento della concentrazione sierica di AGP, linfopenia, iperprotidemia, ipoalbuminemia ed iperglobulinemia con aumento delle frazioni alfa-2 e gamma, anemia normocitica-normocromica non rigenerativa e leucocitosi neutrofila. Possono essere poi effettuati esami biochimici di base, i quali, pur avendo un valore diagnostico per FIP molto limitato, possono evidenziare la presenza di lesioni organo-specifiche e valutarne la gravità.
Gli esami sierologici e molecolari invece hanno un valore diagnostico molto limitato,1,3 a causa della peculiare patogenesi della FIP: l’agente patogeno responsabile di tale patologia, infatti, è un coronavirus felino (FCoV) che è presente a livello intestinale in un’alta percentuale di gatti, soprattutto se viventi in condizioni di sovraffollamento, dove la trasmissione oro-fecale e la contaminazione ambientale sono altamente probabili. È
stato dimostrato che anche in gatti non sintomatici i FCoV enterici possono superare la barriera intestinale e ritrovarsi in circolo. Come tutti i coronavirus, i FCoV sono geneticamente instabili e danno continuamente origine a varianti genetiche mutanti chiamate “quasispecie”.
Alcune di tali quasispecie possono acquisire caratteristiche di maggiore virulenza, rappresentate principalmente dalla loro abilità di replicarsi nei monociti-macrofagi, con i quali vengono disseminati nei tessuti, dove danno origine alle tipiche lesioni da FIP. In quest’ottica è facile comprendere le limitazioni della sierologia: i test ELISA o di Immunofluorescenza, infatti, rilevano la presenza di anticorpi anti-FCoV, ma siccome i ceppi di FCoV patogeni (responsabili della FIP) e quelli meno patogeni (quasi inoffensivi) sono antigenicamente identici, un’eventuale positività non permette di stabilire se ci si trovi di fronte ad un gatto portatore di FCoV intestinali o ad un gatto con FIP.
In linea di massima vengono comunque considerati indicativi di FIP titoli anticorpali molto elevati (superiori a 1:1,600), ma va anche tenuto presente che in fasi terminali della malattia, gli anticorpi circolanti possono legarsi ai virus e formare immunocomplessi, dando dei falsi negativi.
Anche i test molecolari quali la polymerase chain reaction (PCR) non sono in grado di riconoscere ceppi più o meno patogeni di FCoV, per cui anche il riscontro di RNA virale ci dice solo che è presente un FCoV e non se quest’ultimo è mutato (e patogeno) o meno. In ultima analisi, quindi, la PCR non fornisce indicazioni diagnostiche aggiuntive rispetto a quelle, già limitate, ottenibili con la sierologia.
Altri test come la citofluorimetria o la ricerca di anticorpi anti-FCoV nel liquido cefalorachidiano (LCR), oltre a non essere particolarmente sensibili o specifici, hanno un rapporto costo-beneficio tale per cui la loro utilità diagnostica pratica è molto limitata.
L’analisi dei versamenti cavitari, se presenti, fornisce indicazioni più attendibili: in corso di FIP l’essudato è giallastro, viscoso, contiene fiocchi di fibrina, è batteriologicamente sterile, ha un elevato peso specifico (>1,015) ed un’alta concentrazione di proteine (<3,5 g/dl) o gamma-globuline (>32%). La citologia del versamento evidenzia granulociti non degenerati, linfociti,macrofagi e cellule mesoteliali, ed un caratteristico fondo basofilo granulare proteinaceo. I
nfine, su preparati citologici si possono identificare i FCoV mediante immunofluorescenza o immunocitochimica,8 mentre la PCR effettuata sul versamento può fornire risultati falsi positivi in quanto può rilevare anche eventuali FCoV circolanti che fuoriescano dai vasi anche in caso di versamenti non dovuti a FIP. Per riassumere, quindi, la diagnosi di FIP può essere raggiunta mediante emocromo, elettroforesi e dosaggio della AGP e, nelle forme essudative, attraverso l’analisi completa del versamento. Se si vuole raggiungere la diagnosi certa e se le condizioni generali del gatto lo consentono, è però indispensabile prelevare campioni di organi colpiti utilizzando tecniche laparotomiche o biopsie ecoguidate (tru-cut o aghi aspirati), tenendo presente che queste ultime possono fornire risultati falsamente negativi.
PREVENZIONE DELLA FIP MEDIANTE MONITORAGGIO SANITARIO E GESTIONE DEL GATTILE
Sierologia e PCR, che sono praticamente inutili per confermare un sospetto diagnostico di FIP, sono invece indispensabili per il controllo e la prevenzione della patologia negli allevamenti. Infatti, dato che non esiste profilassi vaccinale sicura ed efficace, l’unico mezzo di prevenzioneè di tipo gestionale e consiste nella separazione di portatori e/o eliminatori di FCoV. È quindi indispensabile disporre di test in grado di evidenziare quali animali sono FCoV-positivi e quali no. Ciò può essere ottenuto attraverso esami sierologici, meglio se abbinati alla ricerca di RNA virale nelle feci mediante PCR. Mentre infatti la sierologia può dirci se l’animale ha prodotto anticorpi contro i FCoV ed è quindi da considerare presumibilmente un portatore dei virus, l’evidenziazione del genoma virale nelle feci ci dice anche che il gatto portatore sta disseminando il virus nell’ambiente ed è da considerare a tutti gli effetti un eliminatore.
Le conoscenze attuali sulla cinetica anticorpale e sull’eliminazione fecale di FCoV, però impongono un approccio sierologicomolecolare particolare. È infatti noto che in ambienti FCoV endemici la gran parte degli animali, una volta infettati, divengono elminatori di FCoV e montano una riposta anticorpale che permette loro di controllare la replicazione virale o addirittura di liberarsi del virus: il gatto cessa quindi di essere eliminatore ed i suoi titoli anticorpali diminuiscono rendendolo nuovamente suscettibile alla re-infezione: i gatti re-infettati ricominciano ad eliminare FCoV e producono alti livelli di anticorpi anti-FCoV ricominciando il ciclo.
Ne deriva che la presenza di FCoV nelle feci può essere intermittente ed i titoli anticorpali fluttuano nel tempo: in termini pratici ciò significa che uno stesso gatto sottoposto a prelievi successivi può risultare altamente positivo in occasione di alcuni prelievi e negativo o debolmente positivo in altri, ed eliminatore di FCoV in alcuni prelievi e non in altri.
Per essere quindi sicuri che un gatto sia realmente indenne da FCoV è necessario ripetere più volte la PCR sulle feci e/o l’esame sierologico. I due protocolli più seguiti in questo senso prevedono di ricorrere ad una PCR al mese per almeno sei mesi,9 o ad una PCR quantitativa, più sensibile della precedente, da effettuarsi settimanalmente per un mese.10 Fino a che uno dei protocolli di cui sopra non è completato non è consigliabile mettere a contatto i gatti sotto esame con quelli sicuramente negativi.
Questo presuppone la disponibilità di strutture adeguate (gabbie, ambienti separati, spazi sufficienti a disposizione dei singoli animali) e l’adozione di rigide misure igieniche per ridurre al minimo la contaminazione degli ambienti “negativizzati”. Inoltre, se il gattile è composto da un numero elevato di animali, è molto probabile che solo pochissimi di essi (meno del 5%) sia effettivamente negativo. È comunque possibile cercare di diminuire il numero di soggetti positivi utilizzando un metodo noto come Early weaning and isolation9 che consiste nell’evitare il più possibile i contatti di nuovi nati con altri gatti del gruppo: in pratica le gatte partorienti vengono isolate e i loro gattini vengono svezzati ed isolati dalla madre circa alla quarta settimana, quando sono ancora protetti dall’immunità passiva materna. Lo svezzamento viene completato in un ambiente separato. A partire dalla dodicesima settimana i gattini vengono testati 2-3 volte mediante PCR fecale o sierologia, e solo se negativi vengono messi a contatto col gruppo dei negativi
Fonte:50° Congresso Nazionale SCIVAC
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